Parla con me

27Nov
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A volte si fa del proprio meglio per comunicare senza però riuscire a farsi comprendere; spesso, invece, siamo noi stessi a non capire quel che diciamo, forse persino perché non del tutto coscienti del peso delle parole che proferiamo. Altre volte, ogni discorso verbale diventa superfluo e per incontrarsi sono sufficienti gli odori, gli sguardi, i colori cangianti della pelle, le posture del corpo, i gesti, il ritmo del respiro, l’inclinazione del capo, il tamburellare delle dita o delle gambe… Il silenzio non esiste, è un concetto pensabile ma che, soprattutto in presenza dell’Altro, non si può agire. Anche quando siamo in perfetta stasi (come esseri umani siamo davvero capaci di Stasi?), tutta la nostra biologia è in movimento e le nostre menti, oltre ai pensieri, producono sostanze chimiche complesse, capaci di processi scientificamente ancora inesplorati. E ancora: il silenzio non esiste. Quante volte, tra umani, abbiamo sperimentato quanto possa essere fragorosa una emozione non esplicitata? Quante volte abbiamo sperimentato l’intimità dei silenzi? E quante volte abbiamo constatato l’impossibilità di condividere significati che non sono esattamente declinabili in parole?

In effetti, le parole possono anche essere considerate “declinazioni necessarie” dei pensieri, ponti dialogici frutto di negoziazioni di senso con le alterità, composti eterogenei dei linguaggi per la messa in forma – ed opera! – di “panorami” mentali ed emozionali condivisibili.

Come esseri umani abbiamo una relativa capacità di vocalizzare e forse anche questa caratteristica ci ha fatto produrre infinite maniere di verbalizzare, o meglio, di “verbalizzarci” quindi di raccontarci. Ma cosa accade quando ci relazioniamo con “quell’animale”? (Ricordiamo che è all’animale di J. Derrida e R. Marchesini a cui facciamo rifermento…)

Massimo e Linda

La vertigine. Finalmente l’animale ci decentra, ci consegna la prospettiva dell’esser guardati da un totalmente altro, eppure vicino, molto vicino: tanto intimo da riconoscere i nostri umori con il solo olfatto. L’animale ci permette di osservarci nelle differenze e nelle similitudini. Ma il suo sguardo non è paragonabile ad una “degradazione” e il suo linguaggio non è stereotipato: il suo osservarci non è neutro, né indifferente. L’animale sa comunicare molto crudamente cosa pensa di noi.

Alcuni studi scientifici dimostrano che quando ci rivolgiamo ad uno specifico animale, interagendo anche attraverso la parola, esso tenta di capire ed elaborare sin da cucciolo i codici vocali e verbali che gli proponiamo (vedi ad esempio Parli con il cane?). E’ chiaro che la parola non rappresenti il canale essenziale per comunicare tra esseri interspecifici, tuttavia, siamo quasi certi che le procedure d’interazione applicate nell’interazione con i nostri equidi siano riuscite, nel tempo, a stabilizzare alcuni “codici di comunicazione” piuttosto chiari ed efficaci anche con soggetti equidi sconosciuti. E non solo. Stabilizzati i codici comunicativi, abbiamo potuto analizzare una nostra particolare “prossemica interspecifica” (per il significato del termine “prossemica” vedi E. T. Hall). 

Eppure, quanto finora qui affermato potrebbe apparire come un’ennesima evanescente teoria, una sorta di vaga descrizione della varietà e delle possibilità relazionali con l’animale. Per evitare tale evenienza, ma non certo per semplificare la questione, vi raccontiamo un accaduto. Lo facciamo passando alla narrazione in prima persona, proprio come se si trattasse di un racconto.

D’estate, amo intrattenermi quasi fino a notte con raglianti e nitrenti. Infatti, solo il mio cane Peppino può testimoniare quanto sia accaduto quella sera.

Senza altri consimili nei dintorni, liberata dal pudore tutto umano di esser presa per matta, lasciavo defluire i pensieri del giorno canticchiando e, dopo aver messo ai paddock i cuccioli, restavo ad ascoltare il loro rilassante masticare. Si era davvero fatto tardi, e malgrado si amplificasse – di attimo in attimo – la confortante sensazione d’immersione nel momento… dovevo andare. Spegnevo tutte le luci ma una strana idea mi balenava in mente: salutare, nominandoli uno ad uno, tutti gli ospiti equidi del luogo.

Sceglievo di nominarli in ordine di box, così da non scordare nessuno. Cominciavo: “Ciao Pegaso! Ciao Balaam! Ciao Balak! …”

Stavo per ultimare i saluti nominando le asine “Ciao Lin..” quando Linda, lasciando il suo pasto di fieno e raggiungendo l’entrata del suo recinto, mi correva incontro ragliando sonoramente e, fissandomi ancor più ragliante, concludeva la sua comunicazione voltandosi di schiena e urinando.

Cosa ha voluto dire Linda? Perché quella strana protesta? Ha davvero seguito la nomination dei singoli equidi e ha provato fastidio nel non sentirsi nominata? Narcisismo somaro, gelosia, necessità di ristabilire le gerarchie?

Fatto sta che Linda ha certamente voluto comunicarci la sua: io esisto, raglio e marco il territorio proprio difronte a te: PARLA CON ME… 

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