La prima volta che…

28Ott
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Può succedere di sentirsi fuori luogo. Ci si può scoprire eccedenti, carenti, estranei rispetto ai contesti, alle persone, ai gruppi. E non è neppure difficile sentirsi inadeguati in riferimento alle “normali” attività e dinamiche familiari, sociali, lavorative, politiche.

Oggi vi affido un’esperienza, e per farlo comincio da lontano. Inizio da un tempo passato a setaccio da analisi e riflessioni, visto e rivisto alla luce degli eventi, degli incontri, delle esperienze e delle conoscenze. Si tratta di un ricordo recuperato a suon di realtà: la mia prima esperienza di imbarazzo sociale, di “auto esclusione” e, infine, di alleanza.

Avevo circa cinque anni, ero all’asilo, il luogo in cui passavo l’intera mia giornata. Com’è normale, anche negli asili vigono tempi ritualizzati ed in questi, da bambina socievole, ero perfettamente integrata. Tranne che nelle ore successive al pranzo. Cosa avveniva, perché non avevo alcun problema nelle più diverse attività ed invece la pausa post pranzo rappresentava un momento incredibilmente difficile, quasi tragico e certamente confusivo? Dopo pranzo potevamo scegliere tra il riposino pomeridiano, di cui proprio non sentivo la necessità, o il gioco libero nel salone grande. Parrebbe scontato pensare che per un bambino il momento di gioco senza la guida di un adulto possa essere quello di maggiore spensierata gaiezza, di espressione di spontaneità e libertà. Per me, invece, era un piccolo dramma, per altro mai manifestato ad alcuno, bimbo o adulto che fosse.

Il motivo di questo piccolo dramma stava nel fatto che dopo pranzo, nel salone, senza lo stretto controllo delle insegnanti, i giochi tra i miei compagni esplodevano, oltrepassavano la fisicità del singolo, montavano fino a diventare gare di forza e prestanza fisica. Erano lotte corpo a corpo, più o meno toste, più o meno violente, più o meno divertenti. Qualcuno quasi a turno perdeva, veniva spinto fuori dalla mischia, dal groviglio di corpi bambini che avidamente si spingevano, strattonavano, si facevano il solletico, insultavano, gridavano, ridevano. Io ero a disagio, anzi di più: temevo che qualcuno venisse schiacciato e si facesse male. Inoltre, quel gioco non mi sembrava affatto divertente, terribilmente faticoso e del tutto inutile. (Al tempo covava già in me una ballerina leggera, ed il mio nome anche in questo mi intimidiva: Angela, che nome! Ad avere almeno le ali…! :) )

In un altro angolo della stessa grande stanza c’era qualcun altro che non partecipava ai giochi in libertà: un compagnetto biondissimo, dall’incarnato candido, quasi trasparente, aveva grandissimi occhi blu, si chiamava Ivan, era spastico. Stava seduto a stento su una di quelle piccole sedie fatte per bimbi, i suoi spasmi non gli davano tregua. Nonostante il suo stato, Ivan non aveva un’espressione corrucciata, e i suoi occhi limpidi formulavano nettamente i suoi stati d’animo. Chi non lo conosceva avrebbe facilmente pensato che si lamentasse in continuazione, ma la bambina che ero capiva perfettamente quel che diceva.

Bhe, ecco… anche io, già da allora, non godevo di una fisicità che mi permettesse di competere nel mucchio ammassato dei compagni, e malgrado il forte imbarazzo per il non essere all’altezza dei giochi, solo una volta osai cimentarmi nella mischia. Ne uscii sfinita, indolenzita fino allo stremo. Una sola volta mi bastò per capire che non ce ne sarebbe stata un’altra: troppo duri i giochi per chi ha forze contenute e, forse, fin troppo educate…

Ivan stava ad osservare i compagni o a fantasticare su un lato del salone, io facevo altrettanto sul fondo. Lentamente, però, cominciammo a capire che tra noi c’era intesa, capimmo che anche noi, seppur fermi, potevamo giocare: commentavamo guardandoci a distanza, sorridevamo se avveniva qualcosa di buffo, scuotevamo il capo se qualcuno piangeva, curvavamo le spalle quando qualcuno si faceva male e, soprattutto, ci avvicinavamo fisicamente sempre di più.

Ivan un giorno mi chiese di raggiungerlo sul suo lato della stanza. Mi alzai dal mio cantuccio, presi una sediolina e mi sistemai difronte a lui. Cominciammo a sorriderci, a ridere, a giocare con le mani, facemmo in modo che le nostre ginocchia si toccassero, così le fronti. Sentimmo l’uno l’odore dell’altra. Delicatamente ci carezzammo le braccia, le gambe, il viso. Non ricordo se ci fu un tentativo di parole, ma ricordo certamente che finalmente, ai bordi dell’arena, anche noi giocavamo insieme e in libertà.

Purtroppo – e ridico purtroppo – all’improvviso, arrivò un’insegnante a rimettere un po’ di calma nel gruppo che aveva mietuto una vittima mocciosa e piangente. Vide anche noi, vicini vicini, alleati per un gioco diverso. Si stupì, mi parve addirittura che avesse uno sguardo di rimprovero.

… Le grandes personnes ne comprennent jamais rien toutes seules, et c’est fatigant, pour les enfants, de toujours et toujours leur donner des explication…

Le Petit Prince

Per fortuna la nostra alleanza si era ormai compiuta, nessuno sguardo severo l’avrebbe intaccata. L’amicizia rivelata, l’intesa suggellata da quell’unico contatto fisico; non eravamo uguali, era evidente, ma Ivan ed io ci somigliavamo davvero molto: lui candido come la neve, trasparente e fragile come un corpo etereo, io scura, come bruciata dal sole, leggera e agile ma del tutto incapace di gettarmi nella mischia.

Adesso conoscete da dove comincia la mia ricerca.

Prendo spunto da questo mio racconto per sottolineare che anche i disabili hanno un corpo, che dovrebbe esistere un loro diritto alla sessualità ed alla conoscenza intima dell’altro. Fuori da ogni schema tardo perbenista e cartesianamente inchiodato alle dicotomie, è evidente che i disabili ci mostrano anche incredibili abilità, innumerevoli talenti troppo spesso rinchiusi in gabbie non solo del corpo ma anche di schemi mentali pregiudiziali.

Abbiate cura di queste mie confidenze. E se chi legge ha accanto un disabile, bambino o adulto che sia, per il quale prova preoccupazione e timore nel dovere affrontare anche questo delicatissimo argomento (oltre al resto…), provi a pensare che anche un disabile, per caso e necessità, può incontrare e dare delicatezza e tenerezza.

Da un’esclusione può nascere un’alleanza. Da un’alleanza può nascere un legame infinito. Dalle disabilità possiamo raccogliere frutti che semineranno empatia, attenzione, integrazione nei sistemi sociali.

A proposito: qualcuno mi aiuti a ritrovare Ivan, vorrei tanto fargli conoscere il mio team animale! :)

Angela

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